Stagione 2017-2018

Teatro Out Off

Una ragazza lasciata a metà

Data (e)
dal 3/04/2018 al 8/04/2018
Ora inizio spettacolo
da martedì a venerdì ore 20.45;
sabato ore 19.30;
domenica ore 16.00
Biglietti: €18,00
costo prevendita e prenotazione 1,50/1,00€ (salvo diverse indicazioni per specifici spettacoli)

Riduzioni: 12.00€ (Under 25) - 9.00€ (Over 65 Convenzione con il Comune di Milano)
Convenzioni

di Eimear McBride
con Elena Arvigo
regia a cura di Elena Arvigo, Giuliano Scarpinato
scena di Alessandro Di Cola

spettacolo in abbonamento a
Invito a Teatro

A Girl Is a Halfformed Thing, romanzo d’esordio della scrittrice irlandese Eimear McBride, racconta, con struggente lirismo il percorso di crescita spezzato e interrotto di una ragazza, di un‘anima frantumata e fragilissima. E’ flusso di coscienza che racconta la complessità delle relazioni famigliari, è flusso di coscienza che diventa insurrezione contro un’esistenza feroce, è un viaggio nei pensieri, nei sentimenti e nella sessualità caotica di questa giovane donna vulnerabile, sconcertante ma profondamente sensibile nel contesto sociale di in un’ Irlanda chiusa e crudele .

Non v’è compassione nella voce della “ragazza a metà”, poiché manca il giudizio ,segno inequivocabile che la storia, mentre si snoda , è ancora fin troppo viva e lontana da un compimento. Tuttavia è sempre presente e innegabile, dall’inizio alla fine, anche nei momenti più bui e dolorosi del testo, lo slancio vitale che rende questa confessione un‘estrema e potente possibilità di salvezza. Il romanzo è stato una grande rivelazione, un caso letterario – indicato tra i migliori libri del 2014 per The New York Times, Vanity Fair, Chicago Tribune e Boston Globe. Ha vinto numerosi importanti premi: 2013 Goldsmiths Prize ; 2014 Bailey Women’s Prize for Fiction; 2014 Kerry Group Irish Novel of the Year Award ; 2014 Desmond Elliott Prize). Il romanzo è stato tradotto da Riccardo Duranti ed è di Novembre 2016 l’uscita in Italia con Safarà Editore.

Il flusso di coscienza di questo testo deve molto allo stile di Joyce e Kane, ed Elena Arvigo, interprete di un’ acclamata e delicatissima versione di 4:48 Psychosis della stessa Kane – sembrava la giusta voce per questa storia. Elena Arvigo ha scelto come compagni di viaggio, Giuliano Scarpinato, attore e regista, con cui stava condividendo il tempo della turnèe dello spettacolo “ Edipo” (Compagnia Mauri/ Sturno) e Alessandro Di Cola, scenografo e designer. Insieme hanno curato la mise en espace presentata nel 2016 alla XV edizione della rassegna teatrale Trend 2016 al Teatro Belli di Roma.

Elena Arvigo, attrice e regista si è diplomata all’Accademia del Piccolo Teatro di Milano, ha avuto la segnalazione speciale “Premio Hystrio” nel 1999.

In teatro è stata protagonista di tourné nazionali e internazionali, tra le quali: “Le signorine di Wilko” regia di Alvis Hermanis e “Noccioline” di Fausto Paravidino, regia di Valerio Binasco. E’ stata inoltre diretta  da G. Strehler, E. Nekrosius, J. Lassale, P.Greenaway, V.Binasco, A.Longoni, N. Bruschetta, G. Boncoddo, F. Però. Ha preso parte a progetti internazionali per il cinema lavorando, tra i quali, con L.Pieraccioni, P.Virzì . Per la televisione è stata protagonista della “Piovra 10” e di numerosi film storici tra i quali “Perlasca”.  All’Out Off in questi ultimi anni ha presentato 4:48 Psycosis di Sarah Kane (2014), Maternity Blues di Grazia Verasani (2015), Il Bosco di David Mamet (2015), Donna non rieducabile di Stefano Massini (2015), I monologhi dell’atomica da Svetlana Aleksievich, Kyoko Hayashi (2016).

SE IL DOLORE DI UNA DONNA DIVENTA UN’ONDA SONORA

di Franco Cordelli, Corriere della sera –  14 dicembre 2017

Intensa Elena Arvigo, protagonista di «Una ragazza lasciata a metà», dal romanzo della scrittrice irlandese Eimear McBride

Nel suo luminoso Elogio della critica, Anthony O. Scott, critico cinematografico del New York Times, riprendendo Walter Pater («ogni artista aspira costantemente alla condizione della musica») aggiunge che Pater si riferiva «non solo a tutta l’arte, ma anche alla critica, il cui lavoro è di isolare negli altri esempi di arte quella qualità che li avvicinano alla musica e subiscono meno il peso del compito rappresentativo». Stabilita la superiorità della musica, dice Scott, «potrebbe seguire la danza, a condizione di sminuire la narrazione e gli elementi teatrali e di concentrarsi sulla disposizione dei corpi nello spazio».

È ciò che accade in Una ragazza lasciata a metà di Elena Arvigo, in scena all’Argot di Roma. L’Argot è poco più di una stanza a pianterreno, nel cuore di Trastevere. Là e nel portone accanto ho visto i due spettacoli — come definirli, d’avanguardia? i due spettacoli più belli e commoventi degli ultimi dieci anni. Nel 2008 ALP, che Enrico Frattaroli trasse da Finnegans Wake di Joyce e ora Una ragazza lasciata a metà. Ancora l’Irlanda e, come è nell’ordine delle cose e del tempo, non già uno scrittore ma una scrittrice, Eimear McBride alla sua opera prima: un romanzo che sarebbe riduttivo dire sperimentale. Una ragazza lasciata a metà è di difficile lettura, ma la sua difficoltà appare nell’autrice talmente intrinseca alla difficoltà psichico-emotiva da non lasciare dubbi sulla sua (uso questo termine impossibile) autenticità: scaturisce dalla oscura forza del dolore e diventa una diversa forza. E nello spettacolo che ne ha tratto Arvigo diventa tale da condurci da questo dolore (la madre è abbandonata e feroce, lo zio è losco, il fratello ha un tumore, la sorella è in balia della sua così tormentosa adolescenza) — da condurci, dicevo, dal dolore a una performance di teatrodanza o di teatro-musica — un’onda sonora.

Non credo che «questa grande attrice» (così Sergio Lo Gatto) avesse in mente un simile effetto. Ma cos’è quel suo interrompersi, impossibilitata ad andare avanti e riprendersi; cos’è il suo saltare da un leggìo all’altro (ce ne sono sei); cos’è il suo aggrapparsi alle aste, che reggono le parole ancora non cadute come le foglie dorate che sono ammucchiate a terra, quelle aste che sono rami di un albero? Non è che non parli, Elena; come nel romanzo parla per ogni familiare, smozzica, taglia, mette punti invece di virgole. E poi si copre la bocca con la mano destra e gli occhi con la mano sinistra e di nuovo, con la destra, si tocca la fronte, la lascia cadere lungo il fianco — quasi non avesse più la forza. Allora si allaccia il giubbetto, tira su la lampo, ficca le mani in tasca, si piega su quel bianco, minuscolo inginocchiatoio.

«Ho conosciuto un uomo che mi ha picchiata. Ho conosciuto un uomo che mi ha rotto il braccio. Ho conosciuto un uomo che mi ha chiesto cosa ci fai in giro a quest’ora. Ho conosciuto un uomo. E mi sono coricata». E io, spettatore e critico, mi sono poggiato al muro e, perduto in quella rabbiosa o spaurita voce, in quel corpo privo di pace, io ero felice.