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Dal 29 maggio al 15 giugno

Il Teatro Out Off presenta:

STRETTA SORVEGLIANZA

di Jean Genet

traduzione di Franco Quadri

con  Rosario Tedesco (Occhi  Verdi); Marco Foschi (Lefranc); Matteo Caccia (Maurice)

Annibale Pavone (Guardia)

scena Emanuela Pischedda; luci Alessandro Canali; assistente alla regia Anna Dimaggio

regia di Antonio Latella

 

L’autore

scoperto e lanciato come scrittore da Jean Cocteau, Genet (1910-86) si accostò al teatro alla fine degli anni quaranta dopo aver pubblicato Le Condamnè à Mort, Notre-Dames-des Fleurs, Miracle de la Rose. “Haute surveillance”, qui tradotto da Franco Quadri in “Stretta sorveglianza”, è il suo esordio nella scrittura per il teatro. La prima messa in scena è invece Le Bonnes, diretta da Louis Jouvet nel 1947. Genet ha scritto ancora per il teatro, nell’arco di vent’anni, Adame Miroir - per il balletto - e per la prosa - Le Balcon, Le Nègres, Les Paravents. Genet ha sempre avuto un rapporto difficile con il teatro “occidentale” propugnando invece un teatro “cerimonia” di ispirazione orientale. Il suo teatro è tra i più originali, affascinanti e misteriosi del nostro secolo.

Note di regia

A prima lettura, può sembrare un testo esile, fragile, privo della potenza provocatoria e dissacrante che ha reso grande Jean Genet, ma è proprio in questa sua semplicità che risiede la provocazione. Una provocazione disarmante, nuda, priva di fronzoli, ricca di duplici significati. Occorrono corpi pieni di forza emotiva, strabordanti di energia; occorre creare un secondo spartito, una tessitura di sottotesti, come se le parole di Jean Genet fossero una lingua da decifrare (MESSAGGI IN CODICE). In questo testo, più che in altre sue opere, gli attori sono la vera forza motrice, devono aderire completamente ai personaggi, DEVONO ESSERE. I loro sottotesti sono il testo, la loro anima è l’anima, il loro corpo è il corpo della rappresentazione. Un omaggio a dei giovani attori: a loro viene chiesto lo sforzo più grande, affinché la danza rituale abbia un ritmo, una cadenza tribale, primitiva. Di fronte a questo tipo di testo, non ci si può assolutamente sottrarre, bisogna riversare sullo spazio scenico tutto quello che la propria anima cerca di trattenere. È un’opera “artistica”, dove il gesto estremo diventa liberazione. Uccidere per morire. Non vi è dubbio che è un testo claustrofobico, ma è in tale costrizione che la prigione appare come un deserto infinito, un luogo totalmente liberatorio, dove le sbarre sono scelte e non imposte dalla libertà civile. Un luogo dove i più terribili incubi, i più soffocanti ricordi diventano favole per cullare il sonno dei veri innocenti. Le parole sono tutto, scacciano la solitudine, si sfidano, si uccidono, si sfiorano, fanno l’amore. Nell’ultimo, disperato gesto è la scelta, disperatamente lucida, di non uscire, di restare dentro la cella in attesa che la condanna a morte chiuda per sempre il sipario e trattenga la vita sul palcoscenico.

  Antonio Latella

Lo spettacolo ha debuttato al Teatro Out Off  l'8 maggio 2001.

 

IL CONDANNATO A MORTE

(…) Rubare, rubare il tuo cielo macchiato di sangue

E fare un solo capolavoro con le morti sorprese

qua e là nei prati e fra le siepi, morti stupite

Di preparare la sua morte, il suo cielo adolescente…

 

Le mattine solenni, il rum, la sigaretta...

Le ombre del tabacco, della galera e dei marinai

Visitano la mia cella dove mi prende e mi scuote

Lo spettro d'un omicida dalle brache pesanti.

 

La canzone che passa in un mondo di tenebra

È il grido d'un delinquente portato dalla tua musica,

E’ il canto d’un impiccato duro come un bastone.

E’ il richiamo incantato d'un ladro d'amore. (…)

 

Tu quando sarai pronto, armato per il delitto,

Maschera di crudeltà sotto i capelli biondi,

Al ritmo folle e breve dei violini

Sgozza la signora che s'è innamorata del tuo viso (…)

 

Chiamate il sole, che venga e mi consoli.

Strangolate i galli! Fate dormire il boia!

Il giorno ride cattivo dietro la mia finestra.

La prigione per morire è una scuola senza sale.

 

Sul mio collo senza armatura e senz'odio,

Che la mia mano più leggera e più grave d'una vedova

Sfiora sotto il colletto senza che il tuo cuore si muova,

Lascia che i tuoi denti posino il loro sorriso di lupo. (…)

 

Non essere tanto severo, lascia che si canti il mattutino

al tuo cuore di zingaro; regalami un solo bacio…

Mio Dio, sto per crepare senza poterti stringere

Una volta almeno sul mio cuore e sul mio cazzo!

 

Perdonami, Dio, perché ho peccato!

Le lacrime della mia voce, la febbre, il dolore,

I1 male di lasciare la bella terra di Francia,

Non basta, Signore, per andare a dormire

Traboccante di speranza  (…)

 

Da “Il condannato a morte” di Jean Genet”

traduzione di Sergio Torresani

Sipario Testi

 

Antonio Latella, attore e regista napoletano. Con il Teatro Out Off ha realizzato quattro  spettacoli, Agatha di M. Duras (1998),  Otello  di W. Shakespeare (1999) e Stretta sorveglianza di J. Genet (2001); Pilade di P. P. Pasolini (2002). Per il teatro Argot di Roma ha messo in scena Macbeth di W. Shakespeare (2000); per Elsinor, Romeo e Giulietta di W. Shakespeare (2000); Amleto di W. Shakespeare (2001); Riccardo III di W.Shakespeare (2002); per il Nuovo Teatro Nuovo di Napoli I negri di J. Genet (2002), e TNT in coproduzione con il Teatro Garybaldi di Palermo, Querelle de Brest di Jean Genet (2002).

 

Stagione 2002-2003