RITTER, DENE, VOSS

di Thomas Bernhard

traduzione di Eugenio Bernardi

regia di Lorenzo Loris

 

con  Elena Callegari, Laura Ferrari, Lorenzo Loris

 

scena Emanuela Pischedda                 

assistente scenografa  Barbara Floridia

costumi Nicoletta Ceccolini

consulenza musicale Andrea Mormina

luci Alessandro Canali 

 

L’autore:

Dieci anni fa, il 12 febbraio 1989, muore Thomas Bernhard, uno dei più grandi narratori e drammaturghi contemporanei. Bernhard giunge così al traguardo di una vita tormentata in cui la scrittura ha rappresentato la sua unica via di fuga.  Ogni opera di Bernhard , così come ogni sua intervista o comparsa in pubblico ha scatenato polemiche e scandali aumentandone la popolarità e l’interesse dei lettori. La sua originale forma di scrittura si distingue per uno stile ripetitivo fino all’ossessione riscattata da una continua invenzione linguistica. I temi ricorrenti nelle sue pièce sono la morte, la malattia, la distruzione che collegano Bernhard alla tradizione del “Teatro dell’Assurdo” e in particolare a Samuel Beckett ed Eugéne Ionesco.

 

Lo spettacolo:

Debuttato lo scorso giugno al Festival di Spoleto, lo spettacolo è stato accolto da un grande interesse nel decennale della morte del grande autore austriaco che ha visto in Italia ben sei allestimenti di suoi testi.

Ritter, Dene e Voss sono tre fratelli figli del ricco industriale Worringer. Voss è un filosofo che ha scritto un trattato di logica ed è ricoverato nel manicomio di Steinhof .  Qualche volta torna a casa ma è solo per brevi intervalli. Le due sorelle, Ritter e Dene,  fanno saltuariamente le attrici e vivono chiuse nella casa di famiglia con le loro manie e i loro desideri repressi.  Una è ambiziosa e perfezionista, l’altra è impacciata e sentimentale. Una immersa nei suoi pensieri e nelle sue inquietudini, l’altra affannata ad apparecchiare e sparecchiare la tavola per l’arrivo dell’amato fratello. Tre personaggi al limite della follia. Casa Worringer è un inferno da cui non si può uscire e il cui centro è la sala da pranzo, luogo delle congiure e degli scontri, delle zuppe e dei brodini. La stanza delle memorie, dove sono appesi i quadri  che ritraggono i parenti. E sono proprio quei quadri a far imbestialire Voss. Motore  di tutto è il rapporto tra la tradizione e la trasgressione, fra tentativi di ribellione e rassegnazione, sommovimento e immobilità.  Come in altre commedie Bernhard  si diverte a costruire una «trappola» per provocare nello spettatore uno stordimento che lo porta ad annullare il confine tra verità e menzogna.

 

 

 

(…) per “Ritter, Dene, Voss” (1984) l’attenzione di Bernhard va a tre grandi attori della compagnia di Claus Peymann. Non si tratta, come potrebbe sembrare, di una ripetizione della fortunata trovata delMinetti”. E neppure una di quelle invenzioni con cui Bernhard ha voluto spesso infastidire il teatro come istituzione (passi per un testo che si chiama “Minetti” ma quel titolo fatto di tre nomi di attori, che senso ha? Come affidarne l’interpretazione a attori diversi in Austria e in Germania e tanto più altrove, dove i tre nominati nel titolo sono pressoché sconosciuti?). Molto più di “Minetti” ma in stretto rapporto con gli altri due testi collegati alla figura di Minetti, “Ritter, Dene e Voss” si riallaccia allo sviluppo più recente dell’opera di Thomas Bernhard nel suo complesso, prosa e teatro insieme, o meglio al senso che il teatro e la teatralità hanno entro il pensiero creativo di questo autore austriaco, apparentemente irrispettoso e provocatorio, in verità profondamente ancorato in una civiltà in cui il teatro ha una parte sostanziale. (…)

Ritter, Dene e Voss riprende il tema (quello della dualità tra le scienze esatte e la poesia, la musica, il teatro - già affrontato più volte da Bernhard  n.d.r) ampliando il numero dei personaggi e arricchendolo di altri echi. Anche qui da un lato vi è un filosofo che ha scritto un trattato di logica, dall’altro due sorelle che fanno le attrici. Una è immersa nei suoi pensieri e nelle sue inquietudini, l’altra affannata ad apparecchiare  e sparecchiare la tavola. Tre personaggi ai limiti della follia: uno, il fratello, è ricoverato a Steinhof e torna a casa solo per brevi intervalli, le due donne vivono chiuse con le loro manie e i loro desideri repressi nella vecchia casa  dei genitori, dove nulla deve cambiare e dove dicono di sentirsi più creature di Henry James che dei loro genitori.  (…) L’invenzione di “Ritter, Dene  e Voss  sta nell’aver fatto aleggiare sopra questo Ludwig Worringer, oltre al ricordo e all’allusione a altri stravaganti Ludwig della storia, soprattutto il ricordo di Ludwig Wittgenstein. (…) L’allusione, come essa si presenta in “Ritter, Dene e Voss”, rinvia comunque più che all’opera del filosofo, a una breve opera narrativa di Bernhard, comparsa due anni prima, in cui già nel titolo si parla di Wittgenstein, questa volta non del filosofo, ma di suo nipote (“Il nipote di Wittgenstein”, 1982), che era un amico di Thomas Bernhard e per le sue stranezze era stato una figura notissima a Vienna.

 

daThoamas Bernhard e le sembianze dell’attore” di Eugenio Bernardi 

saggio introduttivo al volume “Thomas Bernhard teatro III” , Ubulibri, 1990

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 (…) Proprio come la strada di Paul era stata di continuo interrotta per finire necessariamente in un manicomio, così la mia strada è stata di continuo interrotta per finire necessariamente in un tubercolosario. Proprio come per Paul l’avversione per se stesso e per il suo mondo raggiungeva periodicamente un vertice assoluto tanto che occorreva ricoverarlo in manicomio, così anche per me l’avversione per me stesso e per il mio mondo ha raggiunto di continuo un vertice assoluto tanto che molte volte sono stato ricoverato in un tubercolosario. Proprio come Paul, periodicamente e a intervalli sempre più brevi, come ognuno può facilmente immaginare, non sopportava più né se stesso né il mondo, così anch’io a intervalli semp0re più brevi non ho sopportato né me stesso né il mondo e,  come Paul il manicomio, io, questo si può ben dirlo sono tornato in me soltanto nel tubercolosario. Proprio come Paul è stato in definitiva periodicamente rovinato dagli psichiatri, i quali tuttavia lo hanno poi ogni volta rimesso in piedi facendo leva sulle sue stesse energie, così anch’io sono stato periodicamente rovinato dai tisiologi , i quali mi hanno poi ogni volta rimesso in piedi facendo leva sulle mie energie, proprio come i manicomi hanno in definitiva plasmato lui, così, devo dire, i sanatori hanno plasmato me, è così che io penso, e proprio come i pazzi hanno educato lui per lunghi periodi della sua vita, così i tisici hanno educato me, e come lui si è formato in definitiva nella comunità dei pazzi, così io mi sono formato nella comunità dei tisici, e la formazione in mezzo a i pazzi non è tanto diversa dalla formazione in mezzo ai tisici. Se a lui sono stati i pazzi a insegnare in maniera decisiva che cos’è la vita e che cos’è l’esistenza, a me la stessa cosa hanno insegnato i tisici in maniera altrettanto decisiva, come a lui la pazzia così a me la tisi, e Paul è diventato quel che si dice un pazzo perché, questo si può ben dirlo, un certo giorno ha perso il controllo, così come io sono diventato tisico perché parimenti un certo giorno ho perso il controllo.  Paul è diventato pazzo perché di colpo si è ribellato contro tutto e tutti  e a causa di questo è stato com’è ovvio messo fuori combattimento (…)

L’unica differenza tra Paul e me è che Paul si è lasciato completamente dominare dalla sua pazzia, si è calato, se così si può dire, nella sua pazzia e io invece no, io non mi sono mai lasciato dominare completamente dalla mia pazzia, peraltro non meno grande della sua; per tutta la vita io ho sfruttato la mia pazzia, l’ho dominata, al contrario di Paul che non ha mai dominato la sua pazzia io la mia pazzia l’ho sempre dominata e può darsi che proprio per questo motivo la mia pazzia sia perfino più pazza di quella di Paul. (…)


 

 

(…) Le sue crisi non venivano da un momento all’altro, ogni volta si annunciavano con parecchie settimane di anticipo quando a un tratto le sue mani cominciavano a tremare, quando, pur non riuscendo a concludere una sola proposizione, si metteva a parlare, parlava senza posa per ore e nessuno poteva interromperlo, (…)

 

Quando di nuovo era fatto, come diceva lui stesso, non riusciva a tenere neanche un bicchiere di vino, e ogni momento perdeva il controllo e scoppiava in lacrime. (…)

 

Se gli veniva voglia, era capace di tenere in mezzo alla strada una conferenza su Stravinskij oppure su La donna senz’ombra, e di annunciare a tutti che al più presto avrebbe messo in scena  La donna senz’ombra sul Traunsee scritturando i migliori musicisti del mondo. (…)

 

Come il novanta per cento dell’umanità, vorrei sempre essere altrove, dove non sono, nel luogo dal quale sono or ora fuggito. (…)

 

io sono felice, solo in automobile e solo in viaggio sono felice, non appena arrivo in un posto, invece, sono l’uomo più infelice che si possa immaginare,  (..)

 

Un’altra ossessione, anch’essa classificabile come morbosa, Paul e io avevamo in comune: la cosiddetta malattia del contare, (…) Per intere settimane, per mesi interi, ad esempio, ogni volta che viaggio in tram per la città, non posso fare a meno, guardando fuori dal finestrino, di contare gli spazi tra le finestre delle case (…)

 

E Paul aveva un’abitudine che spesso ha portato anche me sull’orlo della pazzia, l’abitudine di non camminare a casaccio, come altri fanno, su una strada lastricata, ma seguendo un sistema preordinato con estrema precisione, per esempio saltare a piè pari due pietre del selciato e poi posare il piede  sulla terza pietra (…)

 

 

 

 

 Noi evitiamo gli uomini segnati dalla morte e anch’io ho ceduto a questa infamia. Durante gli ultimi mesi della sua vita, ho consapevolmente evitato il mio amico per ubbidire a un basso istinto di autoconservazione, e questo non me lo perdono. (…)

 

Da “Il nipote di Wittgenstein” di Thomas Bernhard, ed. Adelphi 1989