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- NAUFRAGI DI
- DON CHISCIOTTE
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di Massimo Bavastro
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con Gigio Alberti
e
Mario
Sala
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regia di
Lorenzo Loris
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scena e costumi Emanuela Pischedda
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luci Alessandro Canali
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tecnico luci Monica Gorla
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prodotto dal Teatro Out Off
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Premio
Fondazione Cassa di Risparmio al Premio Riccione per il teatro 1998
Finalista
al Premio Ubu come migliore novità italiana 2002
Premio
della Critica 2002
Così
la critica:
Ottimamente
diretti da Lorenzo Loris, sono bravissimi i due protagonisti, Gigio Alberti,
un Sancho ingombrante e logorroico, vero elemento trainante della coppia, e il
sorprendente Mario Sala, un inedito Don Chisciotte di irresistibile impatto
emotivo.
(Renato Palazzi, Il Sole 24 ore)
Inquietante
spettacolo comportamentale, calibrato al millimetro, messo in scena, con uno
stile scabro e incisivo, da Lorenzo Loris che guida i due interpreti lungo una
spirale di demenza … Uno spettacolo da non perdere.
(Maria
Grazia Gregori, www.delteatro.it)
Il
loro bagno nella follia, comico e disperato tra logica e delirio, cresce di
verità man mano che s’inoltra nell’assurdo… Chapeau
all’Out Off, in costante progresso di qualità per uno spettacolo da vedere
assolutamente.
(Franco
Quadri, La Repubblica)
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Note dell'autore
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Qualche psichiatra s'è preso la briga di diagnosticare, a
poco meno di quattrocento anni dalla sua sfolgorante apparizione nelle terre
di Spagna, la patologia dell'hidalgo Quesada: secondo l'attuale nosografia,
il cavaliere mancego fu affetto da parafrenia fantastica, una delle molte
declinazioni della schizofrenia. Non ho trovato un riferimento clinico
altrettanto preciso per Sancio Pansa, ma sono certo che un nome sotto il
quale incasellare quella sua credulità eroicamente generosa, la moderna
psichiatria l'abbia inventato. E che ad esso abbia saputo abbinare una
cascata di pillole e punture.
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Naufragi di Don Chisciotte propone una delle possibili
risposte alla domanda chi sarebbero, e come e dove,
ai giorni nostri, Sancio e Chisciotte?
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In quale atteggiamento nelle nostre città li sorprenderemmo?
Dentro quali piani di recupero verrebbero trascinati dai solerti psicologi
di qualche Centro d'Igiene Mentale? Quanti buchi avrebbero sulle braccia,
ciascuno il segno e la storia di una crisi tanto violenta da dover essere
placata con un sedativo?
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Sancio e Chisciotte s'incontrano presso un muro. Il sussidio
statale d'invalidità di cui fruiscono da loro l'opportunità di veder
scorrere la vita degli altri, restando, con la propria, al margine. Salvo
filare all'A.S.L più vicina nei momenti in cui la malattia s'impadronisce
dei loro cervelli con particolare virulenza. Due paria, insomma, che fanno
avanti e indietro fra casa e C.I.M, che sanno a memoria nomi e dosi delle
medicine; che a forza di sentirli parlare, gli psichiatri, saprebbero ormai
tenere una conferenza piena di parole diffìcili.
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Sancio e Chisciotte si vedono e si seducono l'un l'altro:
perché prendono a condividere un'utopia: la fantasia magica che il mondo
"reale" non sia quello suggerito dagli psichiatri, il mondo
"nei ranghi" intravisto attraverso quelle lenti
"fabbricate" dagli psicofarmaci -un mondo di "armonia"
più che di conflitto, di ordine più che di caos-; l'idea che gli
psicofarmaci stendano una patina che pialla le asperità, maschera gli
spettri, crea principi di causalità laddove non è che caos. La loro eroica
ribellione è proprio questa: è la scelta di tentare di rivolgersi al mondo
secondo uno sguardo autonomo, non conformisticamente orientale da medicine e
psicologi. Rifiutare la terapia significa accettare che i diavoli i mostri
gli spettri si materializzino. Quindi imbracciare le armi e ammazzarli fino
all'ultimo: per liberarsene una volta per tutte, e non limitarsi ad
anestetizzarli, come si fa ricorrendo ai tarmaci, che agiscono più sugli
effetti che sulle cause. Cavalieri erranti, eccoli a lottare, nell'arco di
ventiquattr'ore, con gli incubi di tutta una vita. A fare i conti con i
fantasmi liberati, per i dedali oscuri e faticosi di una città, Genova, che
nella sua buia e labirintica geografìa, nei vicoli angusti e nei saliscendi
cupi di certe sue zone, riproduce in scala il labirinto della mente. Sancio
e Chisciotte arrancano nei budelli bui e insidiosi come i loro pensieri,
alla ricerca di un'uscita, di un contatto col mondo. Nella loro erranza
cercano invano di sedurre le "dame" di un ballo (o esse sono solo
una materializzazione della loro fantasia?); si raccontano (Chisciotte narra
il suo calvario fra medici e esorcismi, diagnosi di schizofrenia e di
possessione demoniaca, cure farmacologiche e esorcismi... entrambi evocano
ossessivamente, uomini in fuga, le figure delle loro donne, là a casa
-"povere madonne", madri e mogli, pazienti e disperate- che,
uniche, sembrano poter tenere insieme i brandelli della loro identità); si
cercano e vorrebbero adottarsi reciprocamente, come padre e figlio; pregano
Dio e bestemmiano, che è la stessa cosa. E devono ammettere, alla fine, lo
scacco.
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- Note del regista
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IL LUOGO
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In Divagazioni labirinti e naufragi di Sancio errante"
il tema del nuovo millennio viene
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sottolineato da una città in trasformazione. Una città di
forti contraddizioni. Una città che sembra circondare sempre i due
protagonisti, anche se in realtà non sapremo mai dove essi si trovino
davvero, se all'interno di un giardino dentro le mura di un centro d'igiene
mentale, in una casa o in un tunnel sotterraneo... Sorge perfino il dubbio
che il luogo nel quale si aggirano non sia che un antro del loro cervello
nel quale si sono persi a furia d'abbandonarsi ai pensieri che fluiscono nei
mille rivoli della loro materia cerebrale.
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Attraverso questo luogo visionario i due personaggi
intraprendono un viaggio che per loro ha il senso di un'
"investitura", o "autoinvestitura", a "cavalieri
erranti" -erranti: che camminano ma anche che sbagliano.
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La loro meta è la guarigione. Rifiutano gli psicofarmaci,
che ritengono ovattino la percezione della realtà, e decidono di andare
incontro ai "mostri".
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I mulini a vento diventano i trapani, le trivelle le
perforatrici i martelli pneumatici che costruiscono strade, aprono nuove
voragini nella città in trasformazione.
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Alla fine, dopo tanto pellegrinare arrivano al mare, davanti
a questa striscia d'orizzonte che è il mistero rispetto all'ignoto, da cui
può arrivare qualsiasi cosa che non conosciamo che può sorprenderci e
anche distruggerci.
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La linea di confine più tangibile, sia in senso spaziale che
in senso temporale, che ci rimanda una tensione colma di preoccupazione. E
davanti al mare, i due si abbandonano, masturbandosi, alla speranza che
almeno qualcosa di loro si riproduca nei pesci che lo popolano, e venga
così trasportato altrove. Lontano da quei luoghi che per loro sono il
calvario di un tentativo di affrancamento dal Serenase, dall'Eri, dal
Carbolithium-
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dal loro dissesto spirituale.
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Estratto dal verbale della Giuria del 45° Premio Riccione
per il Teatro
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(membri della giuria: Franco Quadri - presidente, Vincenzo Consolo,
Elena De Angeli, Luca Doninelli, Marisa Fabbri, Mario Fortunato, Maria
Grazia Gregori, Egisto Marcucci, Enzo Moscato, Luca Ronconi, Renzo Tian,
Patrizia Cuzzani - segretaria).
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Il Premio "Fondazione Cassa di Risparmio di
Rimini", destinato a un'opera significativa per i suoi valori
d'attualità e le prospettive di evoluzione drammaturgica, è stato
assegnato a: Divagazioni, labirinti e naufragi di Sancio errante (Naufragi
di Don Chisciotte, ndr) di Massimo Bavastro.
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Rivelato a Riccione, quattro anni fa, da Cecchini, Massimo
Bavastro continua la sua strada nella ricerca spostandosi dalle rovine di
Sarajevo tra i carugi di Genova dove incontra imprevedibilmente Don
Chisciotte e il suo scudiere, vedovi di Cervantes e sottratti alla loro
epoca, chiusi in una storia che non è più una storia, anche se ricalca
quasi per caso almeno nei titoli delle stazioni certe tracce episodiche del
gran romanzo. Ma questo viene stravolto come chi lo vive: Alonso e Sancio
sono due irregolari impasticcati drop-out che attraversano una delle loro
giornate in una città spettrale, tra oggetti ribelli e ombre allarmanti,
senza uscire dalla propria mente, inventandosi un parlato popolare che, con
qualche omaggio a Tarantino, risulta uno smembramento della lingua, erede di
costruzioni dialettali sfatte. I due vagano battendosi contro l'ossessione
di fantasmi personali, rovesciando scrivanie di pubblici uffici, elevando in
chiesa preghiere blasfeme, per finire a masturbarsi guardando il mare che,
per quelli come loro destinati a non partire mai, non offre alternative di
speranza.
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