dal 25 maggio al 27 giugno
Teatro Out Off, presenta:
di Luigi Pirandello
regia di Roberto
Trifirò
con
Roberto Trifirò
Conte Romeo Daddi
Marisa Della Pasqua Donna Bice Daddi, sua moglie
Antonio Merone Giorgio Vanzi, ufficiale di marina
Lorenza Pisano Ginevra, sua moglie
scena Gianni Carluccio e Walter Carreri
costumi Francesca Faini
trucco Maria Petrova Boycova
luci Alessandro Canali
tecnico luci Monica Gorla
Protagonista di “Non si sa come” una delle ultime opere
di Pirandello, è Romeo Daddi, che ha commesso- senza averne coscienza - due
delitti. Il primo, avvenuto quando era ragazzino, gli ritorna angoscioso alla
memoria quando si tormenta per il secondo. Allora ha ucciso, in un impeto
d’ira furibonda, ma inspiegabile, un altro ragazzino a colpi di pietra. Oggi,
trent’anni dopo, sposato a Bice, donna che ama e che lo ama, cede, in un
improvviso momento di debolezza e di smarrimento, al fascino di un’altra,
Ginevra, la moglie di un amico carissimo. Ma se la donna riacquista subito il
dominio di sé, perché vuole salvare l’amore che prova per il marito, Romeo
ricollega invece questo delitto non voluto - e quindi innocente - a quell’altro
del suo passato, e viene travolto da una lucida follia.
In genere, nell’opera pirandelliana, quando l’uomo
comincia a raccontare di sè ad alta voce scopre qual è veramente egli stesso:
la colpa, il peccato, l’orrore, sentimenti ben forti nell’opera dello
scrittore, prendono consistenza come una lastra fotografica al reagente degli
acidi: è il definirsi, che uccide gli uomini; l’atto della parola diviene una
forma di confessione e di espiazione; i drammi si compiono parlandone; fino a
quando tutto rimane sepolto nel fondo della coscienza, è ancora increato e
ingiudicato, e l’uomo rimane tranquillo; parlando, l’uomo crea e foggia se
stesso, stabilisce il suo destino…
Roberto Trifirò
A proposito di “Non
si sa come”
intervista a
D. Ci puoi raccontare in breve qualcosa
sul testo?
R. “Non si sa
come” è stato scritto di getto da Pirandello a Castiglioncello nel luglio del
R. Sì è vero effettivamente
è un lungo racconto che lui ha preso pari pari dalla novella “Cinci”.
Diciamo che l’unica cosa che lui ha cambiato è che nel racconto il ragazzino
è di estrazione popolare mentre Daddi è un conte. Quello che emerge dal
racconto è una realtà molto più dura. Quando il protagonista torna a casa e non trova la madre lui sa che è
perché la donna fa la puttana e si attarda con i clienti. Questo particolare è
molto importante perché è con questo stato d’animo che compirà poi il
delitto. Pirandello ha però
escluso tutto questo dal testo teatrale per dimostrarci che il delitto può
avvenire anche se dietro l’esistenza dei personaggi non c’è una
predisposizione dovuta alla durezza della vita, ma che certe cose si commettono
nell’incoscienza e possono nascere nella tranquillità di una vita agiata. Un’altra cosa importante e che il
racconto viene fatto in funzione degli altri, quindi non è un monologo ma è
una “tirata”. Non è solo in scena Romeo, ma ci sono gli altri, è
attraverso gli altri che lui si libera di questo fatto.
D. Che tipo di lavoro hai fatto
con gli attori?
R. Abbiamo lavorato per un
periodo dilatato nel tempo. Ci sono stati degli incontri che sono partiti a
maggio 2003, poi sono ripartiti nell’ottobre per poi ricominciare alla fine di
aprile 2004. Questo ha permesso di far maturare certe cose e di avere il tempo
di riflettere, ripensare, anche se poi è chiaro che passando sette mesi le cose
cambiano. Ma nonostante io sia in scena l’impostazione è molto rigorosa, è
come se ci fosse un altro che muove i fili da fuori, come se ci fosse un
burattinaio. C’è stata da parte
di tutti, collaboratori e attori, una
grande disponibilità nei miei confronti e questo è fondamentale per la buona
riuscita di un lavoro. Probabilmente tutta questa disponibilità viene dal
lavoro concreto che ha generato un clima di fiducia reciproca. Prima delle
prove, nel momento della scelta degli attori, ho cercato di capire la distanza
tra la persona e il personaggio. Quello che cercavo era una vicinanza naturale
tra la persona e il personaggio e dove questa non c’era si è dovuto lavorare per colmare quella
distanza in modo di arrivare attraverso la persona a costruire il personaggio.
Quindi la scelta a monte era importante. Più era distante e più sarebbe stato
lungo il lavoro.
D. Si è parlato di Blade
Runner di futuro, nelle note di regia si legge un richiamo alla fantascienza. In
che senso?
R. Credo che i personaggi parlino tutti lo stesso linguaggio, come se fossero fratelli, gemelli, sono creati in laboratorio, sono pensati per dire quelle cose e quindi in questo senso sono dei replicanti. Pirandello sicuramente s’identifica in Romeo perché è a due anni dalla morte e c’è una certa amarezza, un tirare le somme di una vita: infondo quasi tutto quel che ci succede nella vita, secondo Romeo, avviene “non si sa come”. Avviene e la nostra coscienza, la nostra volontà non ci può nulla. Nel testo c’è un senso di vuoto, di nulla incombente che Pirandello deve aver sentito con forza, infatti era molto affezionato a questo testo e in questo senso i personaggi più che “in cerca” sono “creati” da un autore. Si limitano ad agire nel ring della rappresentazione e poi sono annullati nel momento in cui escono di scena. Come delle macchine, dei robot agiscono in una doppia chiave: quella realistica e quella non realistica, quella della realtà e quella del sogno che sono gli elementi che stanno alla base di questo testo.
D. Scene, costumi e musiche?
R. Gli elementi scenografici utilizzati nello
spettacolo sottolineano il passaggio del tempo proiettando la vicenda in un
futuro ipotetico. Come i replicanti
di Blade Runner , esseri umani solo a metà, i personaggi di Pirandello vivono
le passioni come se fossero delle persone, ma non lo sono. Parlano tutti con lo stesso linguaggio,
un flusso di parole unico dietro al quale si sente premere con forza la voce
dell’autore.
Per sottolineare tutto questo
gli attori usano delle parrucche e un trucco particolare per riportare i
personaggi a una disumanità, a un senso di astrazione fisica: come
un’immagine sospesa nel tempo. Lo stesso per quel che riguarda i costumi
attraverso una mescolanza di stili e epoche che volutamente non riconducono a
una collocazione temporale precisa.
Lo spazio scenico è invece
descritto attraverso oggetti concreti, ci saranno delle sedie, dei tavolini.
Nella prima parte dello spettacolo questa terrazza diventa un luogo della mente,
ci sono delle finestre dipinte per terra, sui muri. E’ una terrazza
immaginaria, ricreata dalla mente, trattata con la polvere che si attacca alle
sedie come se ci fosse qualcosa di passato in quel futuro ipotetico. Un
tentativo di sovvertimento temporale. C’è anche un dondolo un po’
beckettiano in cui Romeo, nelle ultime battute, si dondola. Le musiche sono di Brian Eno anche se qua e là c’è qualche
inserimento di musica elettronica dei Tangerin Dream.
Per chiudere un ringraziamento
al Teatro Out Off per aver aderito a questo progetto anche un po’ ardito.
Voglio anche fare il mio “in bocca al lupo” per il nuovo teatro. Questo sarà
l’ultimo spettacolo nella ormai storica sede di via Dupré. Auguro all’Out
Off tante soddisfazioni e successi e di continuare questa via di ricerca che
negli ultimi anni ha portato l’Out Off a risultati importanti nel panorama
milanese e italiano nonostante le difficoltà che deve affrontare chi fa teatro,
chi produce teatro.