NEL BAR DI UN ALBERGO A TOKIO

di Tennessee Williams

traduzione di Masolino d’Amico

 

con

Laura Ferrari

Lorenzo Loris

Claudio Marconi

Aram Kian

 

scene Emanuela Pischedda

costumi Nicoletta Ceccolini

luci  Alessandro Canali

musiche originali Andrea Mormina

assistente alla regia Claudio Marconi

 

regia  Lorenzo Loris

 

produzione Teatro Out Off

 

 

prima nazionale assoluta Teatro Out Off 11 gennaio 2001

 

Dai fumi dell’alcool e della droga Williams ci consegna uno straordinario affresco contemporaneo. Una coppia delusa e senza più energia, una moglie insoddisfatta, un marito artista malato,  in crisi anche con la sua arte e un viaggio in Giappone. Lei, una bellissima donna, lui, un uomo in preda a una depressione profonda. Per la donna il viaggio diventa un pretesto per prendere coscienza del proprio  desiderio di libertà e abbandonare definitivamente il suo compagno alla malattia che lo sta consumando. L’incontro con un giovane barista diventa catalizzatore delle loro tensioni, mentre l’arrivo del gallerista e amico di famiglia, nel tentativo di convincere il pittore a tornare a casa, porta all’inevitabile tragedia finale. Il testo, tradotto per la prima volta in Italia da Masolino D’Amico in occasione di questo allestimento, appartiene all’ultimo periodo di Williams che, sorprendendoci, si diverte a costruire dialoghi “sospesi” ironizzando sulla forma del parlato quotidiano.  La scelta di Lorenzo Loris di presentare un altro inedito di Williams dopo “Una bellissima domenica a Créve Coeur” e dopo il più famoso “La dolce ala della giovinezza”, colma un vuoto di conoscenza su uno dei più grandi drammaturghi del secolo. Esiste infatti un Williams “minore” rimasto ingiustamente sconosciuto al pubblico che merita attenzione e riconoscimento.  Nel bar di un albergo a Tokio appartiene all’ultimo periodo di Williams, il testo è del 1969, quando ormai l’autore americano era in preda alla depressione e all’uso di sostanze stupefacenti, ma la sua scrittura possiede il segno inequivocabile del grande drammaturgo. Williams stesso in un’intervista dice di quel periodo: Scoprii che le iniezioni di Max Jacobson mi stimolavano meravigliosamente nel mio lavoro di scrittore. E nel periodo tra il 1968 e il 1970, prima del mio collasso, scrissi alcune delle mie cose migliori. La gente non lo sa ancora, ma le ho scritte. Il mio collasso fu legato al fatto che mentre facevo le iniezioni continuavo a bere. (…)


1969        Tennessee Williams viene battezzato secondo il rito cattolico. Dopo un periodo di malattia sembra che tenti il suicidio con una grande quantità di sonniferi. Riceve un dottorato ad honorem dall’Università del Missouri a Columbia e la medaglia d’oro per il teatro dal National Institute of Arts and Letters. Scrive “In the Bar of a Tokyo Hotel (Nel bar di un albergo a Tokyo) che va in scena a Broadway. Viene ricoverato per tre mesi nel reparto psichiatrico del Barnes Hospital di St. Louis.

 

 

TENNESSEE WILLIAMS

“Scrivo per soddisfare il mio orecchio”

intervista con Dotson Rader

(1981)

 

(…) Alla casa editrice New Directions c’era un giovanotto molto grazioso che si chiamava Robert MacGregor, e ora è morto. Era stato un paziente del dottor Max Jacobson. Prendeva solo delle pillolette che Jacobson gli aveva dato. Io ero in uno stato di depressione così profonda che lui pensò valesse la pena tentare qualsiasi cosa, così mi portò da Jacobson. Fu tramite questo Robert MacGregor che io feci tre anni di quelle iniezioni, che lui mi spediva nelle diverse parti del paese.

Scoprii che le iniezioni di Max Jacobson mi stimolavano meravigliosamente nel mio lavoro di scrittore. E nel periodo tra il 1968 e il 1970, prima del mio collasso, scrissi alcune delle mie cose migliori. La gente non lo sa ancora, ma le ho scritte. Il mio collasso fu legato al fatto che mentre facevo le iniezioni continuavo a bere. Non dovevo farlo. Avevo un cuore malato. Il dottor Max non mi aveva mai auscultato il cuore. Non mi aveva mai controllato le pulsazioni. Non mi aveva mai misurato la pressione. Lui mi guardava soltanto. In realtà era una sorta di alchimista. Mi guardava a lungo. Davanti a sé aveva tutte queste fialette. Prendeva una goccia da una, e una goccia dall’altra, e poi mi guardava di nuovo, e prendeva un’altra goccia o due…

L’elemento primario era droga, certamente. E dopo un’iniezione, entravo in un taxi e il mio cuore si metteva a battere fortissimo, ed ero costretto a bere immediatamente qualcosa altrimenti non ero in grado di arrivare a casa. Altrimenti potevo anche morire nel taxi.

…alla fine degli anni Sessanta finii in manicomio perché violai le direttive del dottor Max Jacobson che dicevano di non bere quando mi iniettavano le anfetamine. Verso la fine, questa combinazione mi portò alla paranoia e mi danneggiò la memoria e la salute.

 

Quando andai a New York, non riuscivo a ricordare di aver incontrato i miei produttori prima di allora, sebbene ci fossimo visti quotidianamente a Key West. Alla fine, dopo che io e Ann Meechem volammo a Tokyo in seguito alla terribile accoglienza di “Nel bar di un albergo a Tokyo”, diventai sempre più malato. Ero costretto a farmi aiutare a salire le scale. Quando tornai a casa da solo, a Key West, ero molto malato. A casa mia stavano costruendo una cucina nuova, e il fornello era stato sistemato nel patio. E funzionava ancora durante i lavori. Io barcollavo intorno a un tegame in silice, completamente disorientato, cercando di metterlo sul fornello. E mi sedetti proprio sul fornello! Era una piastra elettrica, e mi provocò ustioni di terzo grado! Credo che fu Marion Vicarro a chiamare mio fratello, e Darkin venne a Key West. Lui chiamò Audrey Wood, che disse: “Be’, portatelo all’ospedale”. Ma non si preoccupò di dirci in quale.  Dakin, pensando che sarei morto comunque, e che fossi in condizioni terribili, mi aveva immediatamente convertito al cattolicesimo, così sarei stato salvato dall’inferno, e poi mi gettò al Barnes Hospital di St. Louis, direttamente al reparto psichiatrico che era incredibilmente orribile. Mi strapparono improvvisamente tutte le pillole che avevo! Interruppero anche il ciclo di iniezioni. Così persi conoscenza. Senza mezzi termini ragazzo mio. Mi dissero che avevo auto tre commozioni cerebrali in un solo, lungo giorno, e anche un infarto. Come sono sopravvissuto, non lo so. Penso che lì ci fossero in atto intenzioni omicide. Rimasi in quel posto tre mesi e mezzo.

 

“Un mestiere chiamato desiderio”,  interviste sull’arte del teatro – Minimum fax editore