ESULI
di James Joyce
traduzione di Ornella Trevisan
con
Giovanni Battaglia Raffaella Boscolo
Francesco Paolo Cosenza Roberta Fossati
messa in scena e regia
Antonio Syxty
collaborazione al progetto
Mino Bertoldo
Roberto Traverso
Chantal Ughi
foto: A. Syxty
Teatro
OUT OFF
dal 2 febbraio al 4 aprile 1993
ore 21.00 domenica ore
16.00 - lunedì riposo
Joyce e il Teatro
Esuli è
l'unica opera drammatica di Joyce che ci sia
pervenuta. In gioventù aveva infatti scritto altri due
drammi, oltre a essersi intensamente appassionato al teatro e alla vita teatrale
irlandese ed europea covando l'ambizione di poter diventare il successore di Ibsen. Il successivo evolversi della sua sensibilità
estetica lo allontanò però dalla drammaturgia.
Il suo amore per il teatro è
tuttavia riscontrabile nelle sue opere narrative, dove è rigidissimo, secondo
la sua inclinazione aristotelica, nel mantenere una ben
definita unità di tempo: così in quasi tutte le novelle, nei vari episodi di
"A Portrait of the Artist
as a Young Man" , in
"Ulysses" e in "Finnegan's
Wake".
L'attività letteraria di Joyce iniziò proprio con un articolo sull'ultimo dramma di Ibsen (Ibsen's
New Drama), stampato nell'aprile 1900 dal "Fortnightly Review", la più
quotata rivista letteraria inglese. Era un saggio di sedici pagine, in gran
parte dedicato all'esame di "Quando noi morti ci destiamo" che era
stato pubblicato pochi mesi prima a Copenhagen.
Questo successo diede al diciottenne Joyce una grande reputazione nell'ambito studentesco. E, fermo nel suo
grande amore per il teatro, spese i soldi così guadagnati per recarsi a Londra
ad ascoltare la Duse che recitava D' Annunzio.
Già da questo saggio vediamo come
ciò che colpisce il giovane nella personalità di Ibsen sono proprio quegli elementi che diverranno i motivi
conduttori della sua posizione intellettuale in futuro: in dipendenza dalle
strettoie conformiste della religione e del nazionalismo, negazione del
sentimentalismo, precisione logica, freddo realismo, l'attenzione posta al
conflitto spirituale, rifiuto di un eroe conformisticamente
ortodosso.
Scrisse egli stesso una commedia in
cinque atti intitolata "A Brilliant Career"
e dedicata alla sua anima. La mandò al traduttore di Ibsen, William Archer, che gli
rispose in modo lusinghiero; è questo tutto ciò che sappiamo di questa opera,
che egli poi distrusse unitamente a un altro dramma, in versi.
Nel 1901, in occasione del
compleanno di Ibsen, Joyce gli scrisse una lettera di saluto e di augurio,
proclamandosi "uno della giovane generazione per cui egli aveva
parlato" e la tradusse egli stesso in danese, che aveva imparato apposta
per leggere il teatro di quell'autore.
Questa profonda influenza di Ibsen non è limitata agli anni
giovanili di Joyce, ma si prolungò per tutta la vita
dello scrittore irlandese (è stata rintracciata una sua poesia inedita,
"Epilogo agli Spettri di Ibsen" scritta nel
1934.)
L'importanza del drammaturgo
norvegese nella sua formazione spirituale non può essere sottovalutata, ma viene chiaramente rivelata dal fatto che Joyce,
il quale già in quegli anni aveva una spiccata coscienza del proprio valore
artistico, riteneva di doversi affermare come successore di Ibsen.
Si opponeva perciò alla ristrettezza di vedute del teatro irlandese, che non
dava spazio ai grandi autori continentali: egli cita come esempi Ibsen, Tolstoj e Hauptmann, e nota come "onesti commediografi di
secondo piano, Sudermann, Bjornson
e Giacosa, possono scrivere commedie molto migliori
di quelle recitate dal' Irish
Literary Theatre",
dove persino una commedia innocua come "Countess
Cathleen" di Yeats è
ritenuta viziosa e condannabile.
Questo atto di accusa
alla cultura irlandese, contenuto in un saggio che il giornale dell'università
gli rifiutò, termina con una singolare profezia di sapore dantesco: "Vi
sono altrove uomini degni di proseguire la tradizione del vecchio maestro che
si sta spegnendo a Cristiania. Già ha trovato il suo successore nell'autore di
'Michael Kramer' e il terzo ministro non mancherà quando scoccherà la sua
ora. Anche adesso quell'ora
potrebbe essere imminente. 15 ottobre 1901"
Doveva poi essere un altro
irlandese, G. B. Shaw, a prendere la successione di Ibsen, ma è certo che,
assistendo alla rappresentazione di "Esuli", ci si può accorgere che
l'afflato ibseniano aveva trovato una nuova via,
diversa da quelle di Shaw, o di Strindberg,
o di Hauptmann, o meglio, l' avrebbe trovata, se l'
autore non avesse abbandonato gli orizzonti drammaturgici
che caratterizzavano gli inizi della sua attività letteraria: in quello stesso
albore di secolo che vide il suo esordio letterario, Joyce
tradusse "Prima dell'alba" e "Michael Kramer" di Hauptmann, per
cui provava grande ammirazione, e di cui lodava soprattutto "I
tessitori". I rapporti di Joyce col teatro non
sono insomma quelli di tanti letterati che si avvicinano incidentalmente una
volta tanto alle scene più per curiosità che altro: Joyce
del teatro era un vero innamorato.
Uberto Paolo Quintavalle
ESULI Il 1914 fu per Joyce
un anno creativamente fondamentale: terminato il "Portrait"
diede inizio a "Ulysses". Ma dopo le prime
pagine accantonò il lavoro sul grande romanzo per
dedicare tre mesi alla composizione di "Exiles",
l'unica sua opera teatrale pervenutaci, questo angoscioso grumo di passato che
emerge dalle tenebre del subconscio vestito dei panni della vecchia
letteratura, come se lo scrittore avesse sentito il bisogno di sgravarsi dei
detriti sia del proprio passato che del vecchio mondo letterario prima di
inoltrarsi nell'universo inesplorato delle due grandi opere che lo attendevano.
Coerentemente al suo amore per Ibsen, ora che si cimenta nel dramma Joyce
adotta una tecnica ibseniana, tratta però dall'ibsen più rigido e simbolistico: pochi personaggi,
preferenza per le scene a due, molti concetti e scarsa azione, eroe eterodosso,
cioè in conflitto col proprio ambiente. E, come le opere del secondo Ibsen
sono tutte "epiloghi", così anche questa ci mostra i personaggi che
estraggono dal loro passato i tormenti del presente. Ma si tratta di un Ibsen che narra la vita di Joyce:
il dramma è tutto costruito infatti su elementi
autobiografici. Così come il protagonista della sua commedia Joyce, in rivolta
contro le costrizioni religiose e moralistiche della sua patria, aveva nel 1904
abbandonato l'Irlanda andando a stabilirsi a Trieste insieme a
una ragazza a lui inferiore intellettualmente e socialmente, Nora, che aveva
convinto a seguirlo in libera unione, data la sua insofferenza per ogni
vincolo, e da cui ebbe l'anno successivo un figlio naturale.
Joyce tornò due
volte in Irlanda, prima nel 1909 poi, proprio come nel copione, nel 1912, e
fuse nel suo testo le esperienze di questi due soggiorni, ma trasformate in
modo tale che non abbiamo una rivisitazione del
passato così come si è svolto, ma una trasformazione dei suoi dati in quello
che avremmo voluto fosse stato.
La realtà della vita fu ben più dura che
non la costruzione della fantasia. Nessun giornale pubblicò articoli elogiativi
per il ritorno del figliol prodigo né gli fu offerta
alcuna cattedra universitaria. Anzi, l' accoglienza fu
così fredda che Joyce tornò a Trieste e in Irlanda
non mise più piede.
Ma il nucleo drammatico su cui si impernia la commedia, la tempesta che si abbatte sulla
vita dei coniugi Joyce, si ispira a una crisi
scatenatasi durante la precedente visita dello scrittore, quando nel 1909,
tornato a Dublino per sei settimane lasciando Nora a Trieste, ritrovò i suoi
amici nei giorni da scapolo e, tra una bevuta e l' altra, dovette sorbirsi le
vanterie di uno dei suoi vecchi compagni di bisboccia, Vincent
Cosgrave, il quale affermava che nel 1904, mentre Joyce si dava platonicamente da fare con Nora senza
concludere niente, lui se la portava tranquillamente a letto.
Questa rivelazione non fu certo accolta da
Joyce con l'olimpica calma del suo protagonista, ma
al contrario lo buttò in una gravissima crisi depressiva.
Straziato scrisse subito a Nora:
"Nora, Nora mia, stanotte ho saputo che l' unica
in cui credevo non mi è stata leale."
Vagò disperato per due giorni per le strade
di Dublino, e infine andò dal suo amico Byrne,
sfogandosi in "pianti, lamenti e gesticolazioni di futile impotenza".
Ma il suo amico seppe rassicurarlo,
persuadendolo che le insinuazioni di Cosgrave non
erano che fanfaronate dovute a invidia e gelosia. Joyce subito
scrisse alla sua Nora dichiarandosi "spregevole e miserabile" e
chiedendole di riprenderlo tra le braccia. E si
susseguirono lettere tempestosamente sadomasochistiche:
"Vorrei essere flagellato da te. Vorrei vedere i tuoi occhi fiammeggianti
di rabbia... Chissà se c'è in me una qualche pazzia. O
è pazzia l' amore? Un momento ti vedo vergine e
madonna, il momento successivo svergognata, insolente, discinta, oscena... Guidami, mia santa, mio angelo..."
Fu chiaramente una di quelle crisi che
sconvolgono la vita, ed è evidente che uno spirito
creativo come Joyce l'avrebbe per forza, volente o
nolente, trasformata in creazione fantastica. Ma,
lasciato decantare per cinque anni, l'uragano che lo aveva sconvolto uscì dalla sua mente sublimato e
razionalizzato. E così, mentre nella realtà la sua crisi coniugale lo vide
vittima di fattori esterni, nella commedia il protagonista, quando si accorge
che sta per venir relegato nell'ombra dalla relazione incipiente della
sua compagna col suo amico, si impadronisce del centro della ribalta, facendosi
regista dell' intrigo che sta per nascere e prendendolo saldamente in mano.
Cosi ché, mentre apparentemente sta offrendo libertà
di decisione agli altri, sta in effetti sottomettendoli alla propria volontà. Ma a prezzo di quali tormenti interiori! Joyce
stesso definì la commedia "una rissa tra il marchese di Sade e il cavaliere von Sacher Masoch". E in effetti i suoi personaggi, se appena li guardiamo un po'
più in profondità, lasciano intravedere sotto i loro modi rispettosi e
compassati e pieni di considerazione, una realtà contorta e crudele. Sotto alla loro vernice di perbenismo ribolle
un calderone infernale colmo di una brodaglia composta dei più torbidi ingredienti.
Non è un caso che fu Harold Pinter , con una sua regia nel 1970, a portare finalmente in luce
la vitalità teatrale di questa commedia, che fino allora era stata
misconosciuta, e che effettivamente ci mostra personaggi che si rivelano
fratelli di quelli esasperati, equivoci e ambigui del teatro di Pinter.
Uberto Paolo Quintavalle
si ringrazia la Edizioni Studio Tesi per la concessione all'
uso della traduzione di Ornella Trevisan
da Exiles di James Joyce - copyright 1982 - Edizioni Studio Tesi,
Pordenone
si ringraziano inoltre il M.stro Sandro Gorli, Maria Grazia Bellocchio, Anna Terlizzese, Alberto Bordogna,
Marco Merlini,
ditta INSIEME - Como, sartoria Arrigo e Matrix Inventions
(dalle
prove dello spettacolo, dicembre
'92
gennaio '93)