Dopo
aver esplorato in passato la drammaturgia contemporanea europea in particolare
con autori quali Lars Noren e Peter Asmussen Lorenzo Loris, regista storico
della compagnia dell’Out Off, affronta ora
Spettri di Henrik Ibsen, un testo “monumento” di tutto il
Teatro del Novecento.
8 gennaio > 3 febbraio 2008
Traduzione
Claudio Magris
Regia
Lorenzo Loris
Elena
Callegari (Alving)
Mario
Sala (Osvald)
Antonio
Zanoletti (pastore Manders)
Massimo
Greco (Engstrand, falegname)
Stefania
Ugomari Di Blas (Regine)
Scene
Daniela Gardinazzi
Costumi
Nicoletta Ceccolini
Progetto
visivo Dimitris Statiris
Con
la collaborazione di Fabio Cinicola
Luci
Luca Siola
Foto
Agneza Dorkin
Produzione
Teatro Out Off
Osvald
torna a casa dopo un lungo soggiorno tra Roma e Parigi per l’inaugurazione di
un asilo fatto costruire dalla madre Helene Alving in onore del defunto marito,
il Ciambellano Alving. In occasione dell’apertura di questa opera di
beneficenza interviene anche il pastore Manders, che da anni segue
spiritualmente la famiglia Alving e di cui Helene è sempre stata innamorata
senza esserne corrisposta. Ma tra il pastore Manders e Osvald scoppia un duro
scontro sul concetto della vita morale: (le lodi di Osvald della vita parigina
scandalizzano il pastore, ma non la madre che ha sempre tenuto nascosto al
figlio il proprio amore fallito e la dissolutezza del padre) e spingono Helene a
raccontare la verità sulla sua vita matrimoniale: dalla violenza esercitata dal
defunto marito su una domestica è nata Regine, attualmente a servizio degli
Alving. Osvald è minato da una malattia trasmessagli dal padre, e teme di
diventare pazzo. Potrebbe salvarlo l'amore che lui nutre nei confronti di
Regine, ma la madre non riesce più a nascondergli che Regine è sua
sorella. Regine venuta a conoscenza
della sua vera identità abbandona la casa, mentre Helene che pure ha promesso
di dare al figlio malato il veleno liberatore, inorridita e impotente assiste al
manifestarsi della pazzia di Osvald.
Ogni volta che le persone ibseniane devono raccontare l'antefatto, la verità segreta, cioè devono esprimere, come abbiam
visto, il giudizio sull'altrui e loro vita, si siedono una accanto all'altra e fan preludio al loro racconto. È proprio qui, in questo
« siediti qui accanto a me » (che gli attori trascorrono o insentimentaliscono), che per l'animo del lettore passa il brivido, qui, il
centro del dramma e delle persone ibseniane. Quest'è la grandezza d'Ibsen, dove la sua prosa è poesia, e la sua verisimiglianza assoluta è indiscutibile verità. Egli è capace di dare il fremito della divinità al suo mondo terreno. Il suo giudizio è tanto duro e feroce che diventa canto, e il centro dell'uomo sta per trasumanarsi. Par d'assistere a un miracolo, al nascere del la vita sotto la strettura della legge.
Scipio Slataper
Ibsen non piange, non s'abbandona, non ama. Egli vorrebbe potersi dare alla vita, la chiama e la desidera ardentemente con il
grido perpetuo di tutte le sue sacrificate creature giovani verso il sole, il largo mondo, il mare, la libertà; ma non può amarla, non
può lasciarsene compenetrare. Non sono nate nel suo cuore le creature della sua arte, ma nella sua durissima convinzione. Egli
non conosce che un'idea centrale, un fondamentale dissidio di verità e bugia, coraggio e pusillanimità, individuo e società, gioia e dovere gretto, la qual' idea condiziona tutto il suo mondo.
(…)Ibsen
è il più grande e disilluso poeta del disagio della civiltà; un grandissimo
poeta che fa i conti a fondo con l' essenza della vita e insieme con la
particolarissima stagione storica della sua epoca, che sradica e travolge i
fondamenti di una plurisecolare civiltà; la compostezza classica con la quale
egli ritrae quello sconvolgimento radicale lo fa emergere con tanta più forza,
proprio perché - anziché mimare nella distruzione delle forme la distruzione
del mondo e del pensiero e sentimento del mondo, come la grande arte d'
avanguardia (…) la sua forma asciutta, il suo laconico grande stile classico,
dicono pure la vertigine del proprio tramonto, rappresentano con sobrietà
classica lo sfacelo di ogni classicità.
Claudio Magris
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